Dalla lettura di numerosi documenti di gara pubblicati negli ultimi mesi si evince come una buona percentuale di stazioni appaltanti ometta ancora di fare menzione, nei propri bandi e lettere di invito, della facoltà riconosciuta all’aggiudicatario di lavori pubblici di ricevere un anticipo dell’importo contrattuale.

Detta impropria omissione (a fortiori se seguita dalla negazione del diritto all’anticipazione) può al contempo ingenerare: (1) un notevole vulnus economico a danno di appaltatori della PA che ne ignorino la base giuridica; (2) un incremento del contenzioso ove invece sia proprio la PA a negarne il riconoscimento.

Per maggiore chiarezza si rende necessaria una breve disamina del quadro normativo attualmente vigente in materia.

L’art. 26-ter del D.L. 21 giugno 2013, n. 69 (c.d. Decreto del Fare, convertito con modificazioni dalla L. 9 agosto 2013, n. 98), così come modificato dal D.L. 31 dicembre 2014, n. 192, (c.d. Decreto Milleproroghe, convertito con modificazioni dalla L. 27 febbraio 2015, n. 11), testualmente recita: (comma 1) “Per i contratti di appalto relativi a lavori, disciplinati dal codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, affidati a seguito di gare bandite successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto [ndr. 21 agosto 2013] e fino al 31 dicembre 2016, in deroga ai vigenti divieti di anticipazione del prezzo, è prevista e pubblicizzata nella gara d’appalto la corresponsione in favore dell’appaltatore di un’anticipazione pari al 10 per cento dell’importo contrattuale. Si applicano gli articoli 124, commi 1 e 2, e 140, commi 2 e 3, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207”.

La summenzionata novella (cfr. art. 8, comma 3-bis del D.L. n. 192/2014, convertito con modificazioni dalla L. 11/2015) ha inoltre disposto che: “Con esclusivo riferimento ai contratti di appalto relativi a lavori, disciplinati dal codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, affidati a seguito di gare bandite o di altra procedura di affidamento avviata successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto [ndr. 1 marzo 2015] e fino al 31 dicembre 2015, l’anticipazione di cui all’articolo 26-ter, comma 1, primo periodo, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, e successive modificazioni, è elevata al 20 per cento dell’importo contrattuale”.

Come si evince dalla lettura del testo normativo, l’anticipazione in analisi resta comunque subordinata alla costituzione da parte dell’aggiudicatario di una garanzia fideiussoria bancaria o assicurativa di importo pari alla somma anticipata, maggiorata del tasso di interesse legale applicato al periodo necessario al recupero dell’anticipazione stessa secondo il cronoprogramma dei lavori.

Una volta costituita la fideiussione, la stazione appaltante deve quindi erogare all’esecutore, entro quindici giorni dalla data di effettivo inizio dei lavori accertata dal RUP, l’anticipazione sull’importo contrattuale nella misura prevista dalle norme vigenti (ndr. 20% dell’importo contrattuale sino al 31/12/2015; 10% dell’importo contrattuale dal 01/01/2016 sino al 31/12/2016), rammentando che la ritardata corresponsione dell’anticipazione obbliga al pagamento degli interessi corrispettivi a norma dell’articolo 1282 codice civile.

Sul tema si è, di recente, pronunciata anche l’Autorità Nazionale Anticorruzione – ANAC, con un parere sulla normativa (cfr. AG 18/2015/AP del 25/02/2015) a firma del Presidente Cantone, redatto in riscontro ad un’istanza trasmessa all’ANAC da un operatore economico ed afferente proprio la questione dell’efficacia vincolante dell’art. 26-ter, comma 1, del d.l. 21 giugno 2013, n. 69 anche in presenza di clausole difformi della lex specialis di gara.

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