(continua da Contratti pubblici, verso il nuovo codice – prima parte)

La ratio del DDL in esame al Senato è quella di rivedere e razionalizzare la materia, per creare un sistema più snello, trasparente ed efficace, che al contempo garantisca certezza giuridica nel settore ed assicuri concorrenza e condizioni di parità tra gli operatori economici.

La redazione di questo “nuovo Codice” supererà e abrogherà l’attuale Codice dei contratti pubblici del 2006, prevedendo un adeguato regime transitorio.

Tra i criteri e principi, cui è ancorata la delega conferita al Governo (anche alla luce delle recenti modifiche apportate al testo in sede referente), che andranno maggiormente ad incidere sull’attuale modus operandi di stazioni appaltanti ed operatori economici si rammentano, tra gli altri:

  1. il divieto di introduzione o di mantenimento di livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive;
  2. la compilazione di un unico testo normativo denominato “Codice degli appalti pubblici e delle concessioni”;
  3. l’attribuzione all’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) di più ampie funzioni di vigilanza nel settore degli appalti pubblici e delle concessioni, comprendenti anche poteri di controllo, raccomandazione, intervento cautelare e sanzionatorio, nonché di adozione di atti di indirizzo quali linee guida, bandi-tipo, contratti-tipo ed altri strumenti di regolamentazione flessibile, anche dotati di efficacia vincolante e fatta salva l’impugnabilità di tutte le decisioni assunte dall’Autorità innanzi ai competenti organi di giustizia amministrativa
  4. la riduzione degli oneri documentali a carico dei soggetti partecipanti e la semplificazione delle procedure di verifica da parte delle stazioni appaltanti, con particolare riguardo all’accertamento dei requisiti di qualificazione, attraverso l’accesso a un’unica banca dati centralizzata;
  5. la razionalizzazione ed estensione delle forme di partenariato pubblico privato, con particolare riguardo alla finanza di progetto e alla locazione finanziaria di opere pubbliche o di pubblica utilità, incentivandone l’utilizzo anche attraverso il ricorso a strumenti di carattere finanziario innovativi e specifici;
  6. la revisione del vigente sistema di qualificazione degli operatori economici in base a criteri di omogeneità e trasparenza, in ogni caso prevedendo la decadenza delle attestazioni in caso di procedure di concordato o di fallimento, anche introducendo misure di premialità connesse a criteri reputazionali basati su parametri oggettivi e misurabili e su accertamenti definitivi concernenti il rispetto dei tempi e dei costi nell’esecuzione di contratti eseguiti e la gestione dei contenziosi, nonché assicurando gli opportuni raccordi con la normativa vigente in materia di rating di legalità;
  7. la revisione della disciplina vigente in materia di avvalimento, nel rispetto dei principi comunitari e dei principi della giurisprudenza amministrativa in materia, rafforzando gli strumenti di verifica circa l’effettivo possesso dei requisiti e delle risorse oggetto di avvalimento da parte dell’impresa ausiliaria e prevedendo che quest’ultima esegua direttamente le prestazioni per le quali mette a disposizione gli stessi requisiti e risorse, che possono ricomprendere anche beni strumentali.

Come detto, per espressa volontà governativa, la trasposizione sarà la più fedele possibile al testo delle nuove direttive, senza aggiunte che ne distorcano la “ratio”.

Detto compito sarà tutt’altro che agevole, in ragione del fatto che l’ordinamento vigente si va sempre più assestando sul binomio “Codice – Regolamento”.

Si deve inoltre rammentare come queste direttive si discostino profondamente da quelle precedenti, sia per i nuovi istituti che introducono, sia per l’accentuato intento di responsabilizzare al massimo le stazioni appaltanti.

Si rammenta all’uopo come il recepimento delle direttive degli anni ‘70 così come quello delle direttive del ‘90 fu agevolato dal fatto che i legislatori di allora non intesero incorporare in un solo testo, insieme con le direttive, anche tutta la normativa che, ratione temporis, interessava il settore.

In entrambi i richiamati recepimenti alcune leggi vigenti furono comunque lasciate in vita in corpi normativi autonomi.

Con il recepimento delle direttive del 2004 e con la conseguente entrata in vigore del D.Lgs. n. 163/2006 e del relativo Regolamento di esecuzione ed attuazione, il legislatore del 2006 riuscì, da un lato, a razionalizzare in un unico testo normativo tutte le norme afferenti i contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (settori ordinari e speciali), ma, di contro, partorì un “gigante” di oltre 250 articoli, oltre ai vari allegati (cui vanno aggiunti i 359 articoli e relativi allegati del Regolamento), più volte implementato e novellato.

Quanto ai nostri giorni, seppur il termine per l’adozione del nuovo Codice sia fissato per il 18 febbraio 2016, ovvero due mesi prima della scadenza del termine per il recepimento delle direttive europee (18 aprile 2016), l’impressione che si ha, anche alla luce delle dichiarazioni rese da esponenti dell’attuale Governo (da ultimo da parte del Vice Ministro delle infrastrutture e trasposti Sen. Nencini, in data 7 gennaio 2015, in occasione del suo intervento ai lavori dell’8a Commissione permanente “Lavori pubblici, comunicazioni” del Senato) è che entro il 2015 il “Codice dei contratti e delle concessioni pubbliche” possa vedere la luce, con l’auspicio che con esso possa finalmente realizzarsi l’ambizioso (e pregevole) progetto di una reale razionalizzazione e semplificazione della normativa in materia.

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